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La donna, l'uomo ....

La Donna, l'Uomo e la Complementarietà
Non è facile né semplice, riflettere sul femminicidio, su situazioni così complesse, terribili, non so come cominciare, continuare e finire. Un buio ginepraio composto di aspetti familiari, sociali, politici e altri, invece, più attinenti all’universo della coppia, a quel senso, sempre più effimero, di parità di genere, al rispetto della persona per com’è, per come sarà indipendentemente dalla volontà del partner e, per ultimo, al caos tra gelosia psicotica e possessività ossessiva.

Non sono un sociologo, né un giurista, né un criminologo. Mi sentivo, e mi sento, diviso tra il ruolo di padre di due figlie e un figlio e quella di cittadino che impatta in primis con la propria umanità, col sentirsi uomo e maschio che tenta di spiegare con teorie antropologiche quelle storie di uomini che brutalizzano donne - rendendole prive di ogni dignità e respiro, derubate dei sogni, private dell’amore, vilipese e uccise - e in secundis con un senso di impotenza, con il sentirsi derubato di quei sogni che univano me e i miei amici. Erano sogni quelli che volevano divenire, progetti, speranze che immaginavano una società diversa da questa, dove l’uguaglianza e il rispetto erano sintomi, naturali, di una cooperazione tra persone che fondano il loro agire nei valori, negli ideali e nella memoria. Senza distinzione di razza, né di genere, perché lo scopo più alto era il far prevalere il bene comune, il profitto equo e la conoscenza di tutto ciò che fa progredire la persona, senza disparità di sorta.

E poi il pensiero è andato a una donna morta otto mesi fa, mia madre che insegnava, nei fatti, a me e ai miei tre fratelli il grande valore di una famiglia che confidava nelle energie di tutti e del singolo. Una donna lei che “governava” sette maschi e in quasi ottant’anni ha caparbiamente difeso la sua capacità di vedere il mondo con una tenerezza così diversa, ma complementare, alla severa compostezza di mio padre. Era passata attraverso i crudi anni della Seconda guerra mondiale e ci raccontava aneddoti  di una vita così diversa da quella che vivevamo. Siamo cresciuti con valori che reputavamo antichi, con un senso di sacrificio che non era privazione, ma vera e propria etimologia del termine: fare sacro un tempo perché quello che avremmo vissuto noi figli potesse avere una sostanza migliore.

Erano altri tempi certo, non c’era il progresso attuale, ci si scaldava con i racconti della sera e si credeva che la favola e la narrazione potessero render più forti gli animi e le coscienze.
 
Avevano altri modelli i miei genitori, altri ideali, altri obiettivi, altre distanze. Il futuro si progettava, non si viveva l’attimo come fosse unico, da cogliere tutto in una sera magari con lo “sballo” così siamo più coinvolti. Quell’attimo, un tempo, era da vivere come premessa perché quelli a venire potessero esser migliori degli altri già vissuti.

Mia madre ci parlava delle sensazioni, delle emozioni e dei sentimenti che erano voce di quel “non so che”, presente, vivido, dietro lo sterno. Era un presentire, un presagire, il suo, una sorta di dono tutto al femminile. Non si può spiegare, diceva lei. Noi figli confidavamo nel suo sguardo che ci leggeva dentro e ci rasserenava.  Poi crescendo si va via dal nido e quello sguardo diventa ricordo di un fare risibile e ci sembra strano che qualcun’altra abbia quella capacità di leggerci dentro, diviene sempre più strano pensare che ci possa essere un linguaggio interiore perché viviamo la comunicazione mercantile del “ti compro e mi vendo”. Abbiamo tempi rapidi, scanditi dagli spot pubblicitari. E la notizia, l’informazione, o è davvero forte e colorita o, altrimenti, non rimane nella memoria, per cui credo che parlare del femminicidio, così come propone Adele Lo Feudo che è l’anima di “Petalo Rosa”, possa servire forse a superare l’effetto emozionale, talvolta morboso, della giostra mediatica, e a porre il problema su un piano di riflessione e rieducazione che a mio avviso dev’essere dedicato a certe madri e a certi uomini più che alle donne.
La donna,in questo contesto, è guardata attraverso la lente immaginifica delle opere d’arte, ciò che si cercherà di ottenere è di riscoprire il come e il perché alcuni artisti in epoche antiche, ma anche in quelle recenti, avevano in considerazione il “femminile” e componevano le loro opere ispirandosi a una figura di donna ch’era sì sinonimo di bellezza ma anche codice per capire il grande mistero dell’esistenza. Questo mio scritto non intende trovare soluzioni a quel che è il grave argomento in cui si contestualizza, vorrei solo tentare di stupire attraverso parole che altri hanno dipinto o scolpito. Vorrei tanto che questi miei pensieri scritti fossero una sorta di fumo che innalzandosi divenisse nuvola e salendo ancor più su, giungesse dove adesso corrono, spensierate, donne uccise da quei maschi che non hanno saputo o voluto essere uomini. E vorrei che da me e dalle artiste che hanno donato la loro opera per la mostra “Petalo Rosa” giunga, più nitida e visibile, quella nuvola a ogni creatura che a causa di quegli uomini ora non è più.

È un piccolo segno, una testimonianza che vuole offrire una riflessione diversa, forse una nuova strada, perché noi uomini possiamo finalmente comprendere il mistero del “femminile”. Alle donne non serve, per questo vorrei che il messaggio di “petalo rosa” non fosse un ennesimo 8 Marzo, inutile quanto blasfemo in questo contesto; per questo il mio intento è fare  memoria perché infine è per quegli uomini che io, più che per altri motivi, scrivo.

Loro, le donne, di qualsiasi età, sanno di essere femmine, mamme, madri, amiche, compagne. Inutilmente considerate paritarie all’uomo solo per scopi di meschinità politiche, pochissime volte considerate, invece complementari, essenziali e indispensabili alla vita della persona. Ogni donna sa accogliere l’uomo, e più in generale la persona, per vocazione genetica, come fosse un cavo di un albero. Lei sa proteggere e incoraggiare quando il buio della notte diviene tenebra e non si riescono a vedere più né le stelle, né la luna.  

La donna sa comprendere e guardare oltre come l’uomo non può e non sa fare, lei riesce ad avere cognizione degli avvenimenti tramite presentimenti prima che sensazioni, timori, pensieri, emozioni e sentimenti siano esplicitati col verbale o rivelati dai fatti.
Io l’ho capito troppo tardi, la consideravo noiosa, fastidiosa e superflua quella troppa attenzione di mia madre, o di altre  donne che ho conosciuto.  Infastidisce il loro leggere negli occhi o nei gesti, schiarire vicende buie o segrete, o far verità in quei periodi che increspano gli animi, agitano i cuori e l’anima. Soprattutto quando i figli, i ragazzi non si sentono più tali ma assumono, sempre più, l’aura indipendente dell’uomo incapace di ammettere d’aver bisogno di relazionarsi con l’opposto per cercare conforto, completamento e coraggio.

Al riguardo, la moderna neurologia ha codificato una caratteristica della morfologia interna del cervello umano molto interessante. Le donne possiedono nella loro fisiologica morfologia femminile ciò che all’uomo non può appartenere: le donne hanno l’amigdala tre volte più grande di quella dell’uomo. Questa parte interna del cervello è ritenuta il centro d’integrazione di processi neurologici superiori, come le emozioni e la percezione di ciò che può innescare una reazione come il timore, la paura o l’analisi di un evento con mezzi che superano e completano la razionalità e i cinque sensi. È coinvolta anche nei sistemi della memoria emozionale. È attiva nel sistema di comparazione degli stimoli ricevuti con le esperienze passate e nell'elaborazione degli stimoli olfattivi.

L’amigdala è capace di analizzare ogni esperienza, scandagliando le situazioni ed ogni percezione. Quando valuta uno stimolo come pericoloso, per esempio, l’amigdala scatta come un sorta di grilletto neurale e reagisce inviando segnali di emergenza e tutte le parti principali del cervello.
Mentre l’ippocampo "rimembra" i fatti, l’amigdala ne giudica la valenza emozionale. L'amigdala quindi fornisce a ogni stimolo il livello giusto di attenzione, lo arricchisce di emozioni e, infine, ne avvia l'immagazzinamento sotto forma di ricordo.

L’amigdala è dunque l'archivio della nostra memoria emozionale, perciò analizza l’esperienza corrente in relazione a quanto già accaduto nel passato: quando la situazione presente e quella passata hanno un elemento chiave simile, l’amigdala lo identifica come una associazione ed agisce, talvolta, prima di avere una piena conferma. Ci comanda precipitosamente di reagire ad una situazione presente secondo paragoni di episodi simili, anche accaduti  molto tempo prima, con pensieri, emozioni e reazioni apprese fissate in risposta ad eventi analoghi. L’amigdala può reagire prima che la corteccia sappia che cosa sta accadendo, e questo perché l’emozione grezza viene scatenata in modo indipendente dal pensiero cosciente, e generalmente prima di esso. Nelle donne la grandezza tripla dell’amigdala, si ritiene, permetta una velocità maggiore, tripla appunto. Ciò fa dedurre che le donne abbiano più perspicacia e analisi di ciò che è accaduto, sta accadendo o accadrà.

È presumibile che questa diversità anatomica cerebrale permetta alla donna di avere presentimenti, presagi, e di “avvertire” ciò che all’uomo razionalmente non è permesso per un diverso collegamento tra corteccia e sistema centrale. L’uomo ha una visione da cacciatore e guerriero lineare, diritta, la donna a centoottanta gradi, perché doveva governare la capanna, il fuoco e la prole, e permettere alla vita di essere conservata mentre l’uomo era fuori dal villaggio.
In questa sede cercherò di dare significato a quella figura di donna che ha sintetizzato l’essenza stessa dell’universo e quindi ai miti femminili, ai simboli che da millenni indicano una dea come varco per giungere all’assoluto creatore e permettere a questi di manifestarsi alle umane creature.

La donna è colei che percepisce ciò che l’uomo guerriero non può né sentire né ascoltare perché troppo impegnato in strategie di potere e di possesso, è colei che ama senza chieder nulla in cambio se non di essere amata.
Ma all’uomo non è bastato considerare il ruolo storico antropologico della donna, né tanto meno l’impulso etico né quelli teologici. L’uomo ha confutato ogni legge perché la donna fosse assoggettata a una volontà patriarcale egoistica, misogina e disumana. Non basterà a cambiare la storia nemmeno la moderna neuroanatomia.

Per cui parlerò della femminilità nell’arte, e lo farò il più brevemente possibile, per non annoiare ed essere pesante, se non altro servirà a distendere la mente e a colorare il cuore. La donna nel 10.000 a.C. trovava un suo ideale in questa statua di arenaria trovata in Austria. Ma a cosa voleva dar figura questo scultore preistorico? La statua non ha i lineamenti del viso, un copricapo che fa immaginare una tessitura di fili e perline copre tutto il capo; non serviva che avesse una fisionomia particolare né che fosse riconosciuta. Eppure questo sconosciuto scultore aveva una maestria che niente ha a che fare con un assioma: preistorico = rozzo e negligente. Egli ha usato più di uno strumento, ha sgrossato prima il pezzo di pietra con arnesi robusti studiando bene dove colpire perché il blocco restasse integro, e poi con scalpelli più fini ha assottigliato il collo dosando bene la pressione dei colpi del metallo e della mazza, poi con punte più sottili ha graffito le mani e le dita sopra i seni, minuziosamente come uno scultore moderno e per di più concettuale. Poi ha definito i seni in maniera perfetta. Se le mani sono stilizzate, sottili e filiformi, i seni appaiono naturali, ripresi dal vero, uno più sceso con i capezzoli al loro anatomico posto. Il ventre e l’ombelico sono descritti da chi conosce bene l’anatomia e l’anatomia di una donna certamente sovrappeso, forse incinta.  Ma poi sotto i fianchi disegna le cosce e la pancia che ricopre il bacino, le forme debordano, ma se un individuo di sesso femminile con quest’anatomia non mostrerebbe il pube perché nascosto dalla fascia ventrale e dalle cosce, in questo caso l’artista del 10000 a.C., nella scultura denominata dagli archi elogi Venere di Willendorf, dalla località in cui fu ritrovata, ha messo il pube e la vagina in bell’evidenza. Con tre linee finemente incise ha, tracciato il monte di venere e le grandi labbra che si aprono rimanendo segmenti paralleli che completano il triangolo. La scultura manca di caviglie e piedi, evidenti sono le fratture alla fine del polpaccio. Non interessava che avesse le forme di una miss mondo,  la bellezza per l’uomo “antico” era una donna capace di dare nutrimento ai figli e di accogliere il seme del maschio perché la progenie avesse a proseguire il cammino della vita e superare la morte.
Probabilmente la statua era un elemento votivo che assicurava prosperità, latte materno e figli che avessero a proseguire il cammino dei genitori. Non servivano delle silhouette dall’aura anoressica, serviva piuttosto l’abbondanza di una donna il cui involucro era depositario della vita che vinceva l’ancestrale paura della morte. Circa nel 364 a.C. Prassitele compie una vera e propria rivoluzione per quanto riguarda la raffigurazione nella plastica scultorea. Pare che come modella scelse una cortigiana, Frine, bellissima tanto da paragonare i suoi lineamenti e le sue forme ad Afrodite, dea della bellezza. Ora bisogna aprire un inciso. Venere non era soltanto bella da far innamorare uomini e dei, lei aveva il dono della bellezza radiante, era cioè l’unica entità femminile che emanava energia positiva che guariva anche l’animo più inquieto, tanto che Alessandro Filipepi passato alla storia come Botticelli la dipinge vestita mentre veglia su un Ares, dio della guerra, addormentato, il quale non si accorge che dei satiri lo disarmano di lancia, corazza e spada, e da questo prodigioso sonno non lo sveglia nemmeno quel satiro che, con le gote gonfie, armato di conchiglia suona vicino al suo orecchio.

Ma torniamo a Frine, una cortigiana accusata di aver corrotto i potenti del tempo, politici e nobili, guerrieri e ricchi commercianti, e per questo condotta davanti ad un tribunale perché fosse giudicata. La storia non dice con precisione chi mosse l’accusa, possiamo ipotizzare che fosse un pretendente deluso perché non ebbe a beneficiare delle grazie di Frine, oppure un politico avverso a quello che invece ne aveva beneficiato, il fatto che ci preme descrivere in questa sede è come si evolse il processo. Il giudice diede lettura dei capi d’accusa e chiamò l’avvocato di Frine a formulare la difesa. Possiamo immaginare la scena. L’agorà piena di gente. La sala del tribunale che brulica di curiosi, megere invidiose e amiche della bellissima cortigiana. L’avvocato si alza dalla panca si avvicina alla sua assistita che qualcuno più tardi dipingerà avvolta da una veste che le copriva persino il capo, lo sguardo verso il pavimento. Nel dipinto appare triste stringe la veste che lascia intravedere soltanto i piedi, piedi nudi su di un freddo pavimento di marmo. L’avvocato, dunque si avvicina ed esclama: “Ma quali colpe ha Frine se Zeus le ha donato un corpo così bello?” e tirandole il lembo della veste la scopre e Frine resta nuda davanti alla corte agli avvocati, al pubblico ministero e alla platea tutta. Fu rilasciata non potendo certamente accusare il dio di tutti gli dei. Così Prassitele scelse questa cortigiana del 360 a.C. per dare forme e fisionomia all’Afrodite che, fusa in bronzo, era collocata nella città di Cnido sulle coste dell’Asia minore.
Di quest’opera rimane una copia romana custodita nei musei Vaticani alla gelleria Pio Clementino. I capelli sono scolpiti finemente, con talento; se lo scultore che formò la Venere di Wuillendorf avesse usato il marmo, avremmo osservato la medesima qualità, semplicemente eleganti i capelli raccolti dietro la nuca, con le onde delle chiome interrotte da una fascia che gira sopra le orecchie. Lo sguardo pensoso, quasi malinconico, guarda verso un punto che sembra essere oltre l’immanente, come se stesse vedendo un ricordo piuttosto che un oggetto presente. La gamba destra è ferma, la sinistra sta per muovere in avanti, un passo, il primo…  L’ipotesi è che la statua originaria fosse collocata verso una fontana, come se Venere stesse ritornando nell’elemento da cui fu creata. La gamba destra è ferma, diritta, bilancia nel chiàsmo la sinusoide che si delinea con il movimento della testa, delle spalle, dei fianchi, fino alle dita del piede sinistro. Lei è nuda, con la mano destra copre il pube e con la sinistra tiene una veste che sta poggiando su di un’anfora rialzata da un plinto. Sul braccio sinistro a metà del bicipite porta un bracciale da schiava. Che cosa voleva farci capire Prassitele 2350 anni fa, anno più, anno meno? Venere la dea della bellezza sta ritornando verso l’acqua da cui nacque dopo lo scontro di Crono con suo padre Urano, è come ammettere che la dea della bellezza senta il bisogno di ritornare alle origini per riemergere dall’acqua pura e rinnovata. Ha un bracciale da schiava ed è posto sul braccio sinistro che simboleggia la passione, nuda si nasconde il pube come a sorprendersi pudica. È come dire che Afrodite, dea della bellezza, ha dovuto sopportare la schiavitù delle passioni per ritrovare il cammino verso le origini e riscoprire che c’è una bellezza più importante di quella che palesemente rivela un corpo “contenitore”, e cioè il contenuto, l’idea, il pensiero, la psiche e quindi l’anima? È un’ipotesi, ma gli elementi a disposizione permettono un’analisi che potrebbe esser molto vicina a quella delle intenzioni di Prassitele. Una figura di donna ci indica dopo 2350 anni che la bellezza esteriore è niente se non si riscopre quella interiore, quella che è nascosta dentro l’anfora, il corpo, il contenitore. E le passioni non portano che alla schiavitù se non si ha il coraggio di rinascere così come fece Afrodite con i lineamenti presi in prestito da Frine.

Nel 1800 d.C. Francesco Hayez dipinse un quadro che lo rese celebre: “il bacio”. Ne fece due versioni, nella seconda i due giovani hanno i colori della Francia e dell’Italia. Quel bacio sancì e celebrò l’alleanza che portò in quell’epoca all’unione dell’Italia e alla fine dell’egemonia dello stato della Chiesa di Roma. L’immagine è dunque quella di due ragazzi che si amano e che si salutano di nascosto nell’androne di un palazzo. Ma nella prima versione i colori sono di un giovane entrato furtivo per dare l’ultimo saluto prima di una partenza importante che cambierà la sorte e la storia. Lei è vestita come una giovane appartenente ad una nobile famiglia che non accetterà mai il giovane uomo. Per alcuni l’artista s’ispirò ad una scena di Giulietta e Romeo di William Shakespeare. Lui sta per fuggire, al fianco, nella cintura, ha infoderato un pugnale, il piede sinistro è già sul primo gradino, quello destro è saldo, regge la gamba dritta, ferma e stabile. Egli regge il capo e accarezza la gota della ragazza esile che lo abbraccia.
La posa  di lei fa immaginare che la sua mano destra sia sul fianco di lui, mentre la sinistra sembra trattenerlo perché il tempo abbia a fermarsi e il destino cambi, in virtù dell’amore, il suo disegno. Un triste disegno che sembra già dare i suoi segnali, due in particolare, il primo è una persona che tenebrosa sta salendo dalle scale che s’intuiscono nella parte bassa sinistra del quadro, segno che qualcosa di oscuro sta rapendo il tempo agli innamorati, e poi l’ombra che i due abbracciati proiettano sulle scale e sulla parete, quell’ombra non ha nulla di antropomorfo e simboleggia un presagio che l’eroe non può intuire, né percepire, né evitare.

È già sulla via, vuole partire, e armato si sente sicuro. Con la sinistra tiene il capo di lei, con la destra l’accarezza. La sua gamba sinistra ha già mosso il primo passo, è sulle scale, verso l’ombra appunto. Solo la donna sembra intuire che quel bacio sarà l’ultimo, e la sua mano sinistra sembra ghermire lui a trattenerlo, ma l’elsa del pugnale piega e forza il fianco della ragazza, quasi a indicare che l’uomo in arme non ascolterà la voce del Femminile, non si farà irradiare dalla ragione dei sentimenti,andrà incontro al suo destino a quel destino che aspetta ogni eroe.  

Un allievo di Hayez, Girolamo Induno, completerà iconologicamente la storia iniziata dal maestro nel 1862, tre anni dopo il bacio. L’opera s’intitola “Triste
presentimento”.
Una giovane donna è seduta sul letto, si è svegliata da poco e da un sogno che sente come presagio, e che, in effetti, si sta rivelando un triste
presentimento.
Ha preso l’immagine dell’amato dipinta su un medaglione  e la guarda con tristezza e malinconia, quasi a carpire da
quella piccola icona un ricordo che possa colorare quei neri pensieri che nel sonno, in quel letto, si sono manifestati. Ma il pittore, come il suo maestro, ci dà altri simboli che ci fanno capire più cose. Quella ragazza, nell’intenzione dell’artista, è probabilmente quella ritratta da Hayez nel bacio. Dalla finestra arriva la luce del mattino, illumina una stanza semplice dai muri intonacati in maniera anonima. Sulla finestra una candela spenta. La ragazza indossa la camicia da notte, seduta sul letto dove il presagio da sogno è divenuto  presntimento. Lei appare indifesa, scalza, con i piedi sospesi. I capelli intrecciati poggiano sulla spalla destra e giungono sul seno. La sua ombra scurisce di più l’angolo già in penombra dall’anta interna.
Nel focolare, simbolo della famiglia, non c’è né fuoco né cenere, né ci sarà poiché nell’antro del caminetto è posto il lavabo e quindi l’acqua.  Sulla sedia la divisa da Garibaldino e nella nicchia alle spalle di lei il busto di Garibaldi. La ragazza sta aspettando un uomo che ha dato la sua vita per l’unità della patria, non c’è fonogramma, né telegramma, né lettera elettronica, semplicemente lei avverte che lui non è più, è morto da eroe combattendo al comando dell’Eroe dei due mondi. Ma c’è un altro particolare che è prologo e insieme epilogo della narrazione che Induno realizza con quest’opera. Sula parete dietro alla ragazza, vicino alla mensola del focolare, c’è una riproduzione in piccolo del bacio di Francesco Hayez, con la ragazza che nell’antro del palazzo aveva percepito che quello non era un saluto, ma un addio. Lei lo baciava e insieme voleva trattenerlo, i suoi occhi non sono chiusi, ma aperti, come se le labbra su quelle di lui avessero acceso la percezione di quel triste disegno del destino.Gli esempi nell’iconografia sono talmente belli e pregni di conoscenza sul femminile e sulla donna come figura complementare all’uomo che alla fine viene da chiedersi come mai l’uomo del XXI secolo sia poi ancora così distratto e cieco.  Io credo che l’inferno non sia per i peccatori ma per quelli che nonostante le cose belle che ci sono state donate sono rimasti indifferenti  e tiepidi e non hanno fatto in modo che il cuore e la mente di certe cose si colorassero.

Concluderò con un quadro celebrato non solo dalla storia dell’arte, ma anche dai media e soprattutto dai venditori di gadget. Nell’era del fast food e dell’usa e getta si ha fretta di far tutto per cui le immagini si recepiscono in maniera veloce, con sguardi rapidi. Il messaggio dev’essere immediato di rapida comprensione. La riflessione e la contemplazione non sono adeguate alla velocità. Quindi un uomo che regge la testa di una donna e la bacia sulla guancia mentre lei tiene e frena la mano di lui, che le tiene fermo il viso, è comunque un bacio, non importa se ci si accorga o meno della compiacenza di lei o dei simboli con cui e il pittore ha adornato entrambi. Ciò che è evidente è il bacio e quindi di bacio si tratta. Troppa è la velocità di questi tempi per andare oltre l’apparenza.  Mi chiedo da cosa si scappi e verso cosa si corra. Intanto mi metto in moto anch’io non si sa mai….

L’opera è una delle ultime dipinte da Gustav Klimt, fu intitolata: “il bacio” dopo che il maestro era morto. È tra quelli più riprodotti e non solo come poster o pannelli stampati più o meno a grandezza reale, ma anche su: borse, sacchi, specchi, tazze, piatti, bicchieri, cravatte, t-schirt, camicie e anche fazzoletti da naso, assorbenti, e carta igienica. Ora, io sono tra i sostenitori di una divulgazione dell’arte, ma credo che si possa e si debba scegliere delle vie qualitativamente più alte e dignitose dove applicare l’ immagine di un’opera d’arte, altrimenti si spreca un’energia di grande importanza che deriva dalla contemplazione dei simboli dipinti e dallo studio dei colori, del disegno e delle forme. L’opera in questione dunque è intitolata “Il bacio”, ma  in effetti non ha niente a che fare col titolo, si evince anche dagli scritti dell’artista. E poi guardando attentamente l’opera è evidente che di tutto si tratta tranne che di un’effusione amorosa, non si avvicina nemmeno un po’ all’aura romantica, drammaticamente dolce e tenera dipinta cent’anni prima da Hayez. Un bacio c’è, è evidente, ma Klimt che di simboli se ne intendeva ha voluto raccontarci un’altra storia…

L’uomo con la mano destra serra il volto di lei, il pollice e le dita della mano sono strette, dritte, a fermare il mento e la guancia della giovane donna, ma non gli basta:  con la sinistra lui, da dietro la nuca, stringe la tempia sinistra di lei e avvicina a se il viso bellissimo e serio di una ragazza dai capelli rossi, dalla bocca serrata e gli occhi chiusi. L’espressione non è per nulla quella di una ragazza compiaciuta di essere baciata, tant’è che con la mano sinistra frena e trattiene la mano destra di lui. La passione trattiene la ragione a conferma di questo c’è la mano destra che semichiusa è abbandonata sul collo di lui.
Lei non accarezza, tollera, accetta, ma non partecipa, permette soltanto che lui la baci e capisca il dono. Il dono? Quale dono? Klimt disegna e colora i simboli della vita e della rinascita sulla veste della donna: ovali, spirali e cerchi e poi triangoli d’oro che come pioggia scendono su di un prato fiorito, primaverile. Quella donna è il simbolo stesso della vita che rinasce e compie nel Femminile una nuova primavera. L’uomo ha una veste piena di simboli di morte: rettangoli neri, spirali sciolte e semiaperte, quadrati e poi una corona in capo, si riconoscono le foglie ma non è alloro, Klimt non ha voluto far intendere che l’uomo sia un eroe, né un poeta. Quella pianta che fa da corona  è edera, una pianta parassita, vive solo se succhia la linfa da un’altra pianta. Quel quadro di Gustav Klimt non è un bacio ma un riconoscere nella donna l’albero della vita e della rinascita. L’Europa in quel periodo si stava arroventando in conflitti politici che sarebbero sfociati nella Prima guerra mondiale.

Il bacio di Klimt vuole suggerire all’uomo che l’unica via di salvezza da un mondo patriarcale e dedito all’organizzare campi di guerra, piuttosto che feste di pace, è nel riconoscere nella donna la ragione dei sentimenti, la sede della linfa della conoscenza; se non farà questo non potrà mai spogliarsi della veste di morte tipica del guerriero, perderà il suo tempo in un’economia dissennata, basata su armi, guerre e profitti per pochi. La madre terra sarà colorata del sangue dei suoi figli e perderà per sempre i suoi profumi.

Non è stato facile, né semplice, riflettere sul femminicidio, su situazioni così complesse, terribili, non sapevo come cominciare, continuare e finire. E ora che ho terminato, non so dire se ho scritto e riflettuto come avrei dovuto e voluto. È stato come entrare in un buio ginepraio, per non perdermi mi sono fatto luce con i colori dei pittori e con le forme degli scultori. Ho solo tentato di stupire attraverso parole che altri hanno dipinto o scolpito. Ho immaginato quella nuvola lassù e ho sognato sorrisi che non vedrò mai. Il mio è stato un tentativo di rendere concreta la speranza che questo scritto diventasse una sorta di nuvola che salga su dove adesso corrono, spensierate, donne uccise da quei maschi che non hanno saputo o voluto essere uomini. Forse non è nemmeno un piccolo segno, nè una testimonianza, ho voluto ricordare e offrire una riflessione diversa perché noi uomini possiamo finalmente comprendere il mistero grande del “femminile”. Alle donne questo mio scritto serve a poco, ma in fondo è per me e per quegli uomini che io, più che per altri motivi, oggi ho scritto.

Alberto D’Atanasio
realizzazione a cura di: Antonio Iannice - agosto 2013