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PAPÀ DOV’ERI QUELLA SERA?

di Valentina Orlando

Un velo sottile avvolge la mia memoria terrena, come quella nebbiolina che confonde i contorni delle cose nei mattini d’inverno, non riesco a ricordare attraverso quale via io sia passata qui, in questo luogo indefinibile eppure meraviglioso, ma mi rimane la sensazione che tu fossi lì accanto a me quando è successo. Forse hai cercato di proteggermi? Mi pare ci fossero degli uomini, forse i mariti delle mie sorelle, lo zio e ancora qualcun altro… ma gli spiriti gentili che mi guidano in questo spazio impalpabile e luminoso, dove ora mi trovo, mi hanno detto di non forzare le cose, di ricordare a poco a poco perché la mia anima si trova in un passaggio delicato, come se dovesse trasformarsi in una farfalla e poi volare. Volerà forse sopra campi di fiori che non appassiscono, diversi dal prato di casa nostra, l’ultima cosa che ricordo. Mi rimane la sensazione dell’erba umida, della terra fredda, un freddo che si mescola col suo opposto: un liquido caldo che mi scivola addosso, che mi esce dalla pancia, dal collo. Terra fredda, liquido caldo, e dopo di questo c’è solo l’impressione di essermi fermata alla fine di un lungo viaggio e d’aver subito il furto di qualcosa di prezioso, poi mi sono ritrovata in un mistico deserto a dialogare, forse, solo con la mia anima, ho affondato i piedi nella sabbia, come a volerli piantare, immaginando che le dita dei piedi potessero espandersi in profondità come radici per nutrirmi e crescere.
Nutrirmi, crescere, scegliere, era quel che desideravo fare quando vivevo con voi. All’ombra della luce sono poi sprofondata in un sonno dolce come l’amore. Una voce risuonante come un basso, una vibrazione che si è saldata con ogni molecola del mio essere, mutandosi in abbraccio rassicurante, mi ha detto: “ti ho dato le vertebre cervicali perché potessi contemplare la volta celeste e perderti nel mio abisso”. Subito dopo mi sono svegliata in una città che si chiamava “città del nulla”, là vi erano degli esseri bloccati in una sostanza inodore, incolore, quasi senza alcuna qualità eppure paralizzante. In alcuni frangenti di non si sa cosa, perché non c’era tempo, potevano contemplare un vortice di luce in perenne attività e questa contemplazione aveva ripercussioni sul loro stato immoto, come se la loro interiorità bloccata si “scongelasse”. E così dal caldo del deserto mi sono ritrovata a meditare sul gelo dell’anima. Quella voce calda, forte e tenera, mi ha detto: “Non è qui il tuo luogo, ti ho mostrato la città del nulla perché tu preghi per loro, se vuoi farlo. Sei libera di scegliere ora. Sei libera d’amare”.
 Il suono di quella voce, come linfa vitale, nutriva e rinvigoriva il mio essere e io ho risposto di sì. Quell’assenso ha modificato il mio stato interiore e subito dopo ho ricordato, sì ho ricordato la cosa più grande della mia vita: io ero innamorata. Ma insieme a quel ricordo è riemerso ancor più nitido quello dell’erba umida del giardino, del calore del mio sangue, sangue e, ancora, terra, caldo, freddo, sacchetti di plastica, una voce concitata che dice di volgere il mio capo verso la Mecca. Allora dalla mia interiorità ho sentito queste parole: “il ricordo del bene è l’involucro sacro, il tempio che ti protegge dal ricordo del male”. Mi sono fidata è ho cominciato a guardare oltre.
Sai papà, la Mecca, il Pakistan, l’Italia, sono luoghi che ho vissuto come una contraddizione, un conflitto del quale ora, da questo luogo, non comprendo la ragione, ma non credo perché il mio intelletto si stia indebolendo, credo che sia proprio per il contrario, qui mi dicono che la verità è semplice come semplice è un bambino.
E così nel ricordo del bene e del bello, ho trovato la forza per lasciare che rivoli di sofferenza affiorassero come da una ferita, forse una di quelle che tu mi hai inferto. Quante erano, venti? O, forse, ventuno o più? Da ognuna di quelle ferite, lacere, son affluite cose opposte: il senso di soddisfazione che provavo per ogni nuova parola della lingua italiana che riuscivo a far mia, per ogni passo in più verso l’integrazione nel paese in cui voi, sì voi, mi avete portato, e poi le nostre liti; mentre sentivo il profumo della pizza che servivo ai tavoli nel locale dove lavoravo, vedevo anche lo sguardo di disapprovazione di mia madre, e la vedevo partire con le mie sorelle mentre i maschi della famiglia progettavano qualcosa;  mentre ricordavo la gioia di una nuova amicizia, rammentavo anche di averle sentito dire: “in qualche modo la costringeremo a tornare in Pakistan”, e l’orribile sensazione di dovermi proteggere da un minaccia che incombeva proprio da parte dei miei  familiari, e non era solo l’idea del “matrimonio combinato”, no, era ancora peggio. Ve l’avevo detto tante volte, ma voi non capivate: «Credo in Allah, sono musulmana, ma non sono più pakistana… Sono italiana». E’ per questo che mi avete sepolta come una bestia pericolosa nell'orto di casa, dopo avermi inferto oltre venti coltellate, e infine sgozzata? Vi facevo così paura? Avevo perfino ritirato le mie denunce. Tu, invece, mamma, sì che alla fine hai denunciato papà, tu che non hai mai preso le mie difese quando mi maltrattava, ma dicono che l’hai fatto senza una lacrima, senza tradire alcuna emozione e poi mi hai dato anche tu la tua coltellata: “Muhammed ha fatto giustizia.  Mia figlia non si comportava da brava musulmana”, hai detto. Hai pronunciato la mia condanna a morte, sebbene io fossi già morta.
Ora sono qui, stringo le mani a una donna morta ad Istanbul, che la stringe ad un'altra che viene da Gaza, anche lei uccisa in nome della Sharia, lei la stringe ad un’altra palestinese che è stata sepolta viva dal padre, che la stringe ad una uccisa a Milano, che la stringe ad una morta a Parigi, e poi Berlino, Londra. Cinquanta di loro vengono dalla Germania, poi ci sono le “vergini suicide”, quelle che si son tolte la vita per sfuggire ad un matrimonio senza amore.  C’è chi è stata uccisa perché aveva rifiutato un matrimonio combinato o magari di indossare il velo, chi perché “troppo occidentale”, “troppo libera” nel vestire, troppo indipendente nella lettura, negli studi, o perché ha servito alcolici alla festa del figlio malato di cancro terminale, o ha tentato di divorziare, o, ancora,  perché si è convertita, innamorata, o semplicemente perché aveva amici non graditi o flirtava con un ragazzo su Internet.
Ma qui non ci sono coltelli, né pistole, né acidi che possano sfigurare, e chi brucia, brucia d’amore. Ma tu, papà, dov’eri quella sera? E te lo chiedo ancora non perché io non ricordi più dov’eri col corpo, è che non riesco a capire dove fosse il tuo cuore di padre, dove fossero le carezze, lo sguardo chi mi mise al mondo. E ora che le nuvole corrono velocissime sopra il cielo della mia anima io invoco la sacra tenerezza: discendi tenerezza a rischiarar la notte  e le sue note scure, discendi nei cuori dei padri e in quello dei loro figli, un giorno padri di altri figli e figlie, e trasforma la crisalide di un animo potenzialmente assassino in farfalla, in un cuore capace d’amare senza la brama del possesso.
(Anche se l'autrice, prende spunto da un fatto di cronaca, si tratta di un racconto di fantasia)
Valentina Orlando

realizzazione a cura di: Antonio Iannice - agosto 2013